L’orario del medico di famiglia non coincide con il semplice “apri e chiudi” dello studio: dietro c’è un equilibrio tra assistenza ai propri iscritti, copertura territoriale e regole convenzionali. Nel 2026 il tema è ancora più sensibile perché, accanto alle ore minime di ambulatorio, si è rafforzata la presenza nelle Case della Comunità e il ruolo delle AFT. Qui ricostruisco il quadro utile per capire quando lo studio deve essere aperto, quanto dipende dal numero di assistiti e che cosa cambia davvero con le nuove regole.
Le informazioni essenziali da tenere a mente
- Lo studio non è libero di aprire a piacere: deve rispettare un orario minimo e una distribuzione coerente con gli assistiti.
- In linea generale, il monte ore cresce con la lista pazienti: 5 ore fino a 500 assistiti, 10 ore tra 501 e 1.000, 15 ore tra 1.001 e 1.500.
- La regola pratica resta l’apertura su 5 giorni: di solito dal lunedì al venerdì, con almeno due fasce orarie.
- Nel 2026 entra più forte la dimensione territoriale: per una platea definita di medici è prevista attività fino a 6 ore settimanali nelle Case della Comunità.
- Il rapporto resta convenzionale: le nuove regole non trasformano automaticamente il medico di famiglia in un dipendente.
- Le regole operative possono variare localmente: AIR regionali e organizzazione delle AFT incidono molto sulla concreta agenda dello studio.
Come si legge oggi l’orario del medico di famiglia
Io distinguo sempre tra due piani: il primo è l’obbligo di garantire l’accesso agli assistiti, il secondo è il modo in cui quel servizio viene organizzato dal medico, dall’Azienda e dall’AFT. Le AFT, cioè le Aggregazioni Funzionali Territoriali, servono proprio a coordinare l’assistenza sul territorio e a evitare che lo studio resti un’isola scollegata dal resto della rete. Come ricorda il Ministero della Salute, il massimale ordinario del medico di medicina generale resta di norma di 1.500 assistiti, salvo eccezioni.
Tradotto in pratica, gli orari non sono lasciati al caso: devono essere comunicati, distribuiti in modo sensato e coerenti con il carico di lavoro. Questo è il punto che spesso si perde quando la discussione si riduce a un cartello sulla porta. Una volta chiarita questa cornice, il dato più utile resta il monte ore minimo dello studio.

Gli orari minimi dello studio e il numero di assistiti
La soglia di apertura dello studio non è uguale per tutti. In termini pratici, più cresce il numero di assistiti, più aumenta il tempo minimo che il medico deve dedicare all’attività ambulatoriale. È qui che si misura la differenza tra un orario simbolico e un servizio davvero accessibile.
| Assistiti in carico | Ore minime settimanali di studio | Cosa vuol dire in concreto |
|---|---|---|
| Fino a 500 | 5 ore | Copertura base per l’assistenza dei propri pazienti |
| Da 501 a 1.000 | 10 ore | Agenda più ampia e più spazio per appuntamenti programmati |
| Da 1.001 a 1.500 | 15 ore | Presenza più estesa per un elenco assistiti più pesante |
La regola pratica, che in molti atti regionali resta coerente con questo impianto, è l’apertura per 5 giorni a settimana, di preferenza dal lunedì al venerdì, con almeno due fasce orarie e un orario congruo rispetto al numero di assistiti. Non significa che il medico debba stare lì senza pause, ma che l’accesso non può essere improvvisato né ridotto a orari simbolici. Se un paziente ha 450 iscritti, 5 ore possono bastare; se la lista sale, la copertura deve crescere di conseguenza. Il salto vero arriva quando il medico entra nella rete territoriale e nelle Case della Comunità.
Cosa cambia nelle Case della Comunità
Le nuove regole del 2026 non cancellano lo studio del medico di famiglia: aggiungono un livello territoriale più strutturato. Nel testo diffuso da SISAC, per i medici già incaricati a tempo indeterminato a ciclo di scelta che non abbiano accettato il completamento dell’impegno settimanale, è prevista la presenza nelle Case della Comunità fino a 6 ore settimanali, dal lunedì al venerdì, tra le 8 e le 20. Qui il punto decisivo è che non si tratta di un obbligo identico per tutti, ma di una platea definita di incarichi già convenzionati.
- Durata del presidio: fino a 6 ore settimanali per 48 settimane annue.
- Fascia di attività: tra le 8 e le 20, con turni di almeno 3 ore continuative.
- Compenso: 38,72 euro per ogni ora di attività, in forma omnicomprensiva.
- Effetto giuridico: il rapporto resta convenzionale, quindi non si trasforma automaticamente in lavoro dipendente.
Questa è la parte che conta davvero: l’obiettivo non è moltiplicare la presenza per creare confusione, ma rendere più stabile la copertura territoriale. Per il paziente significa trovare il medico o la sua équipe in un presidio più organizzato; per il professionista, significa passare da una logica puramente ambulatoriale a una logica più integrata con distretto e territorio.
Cosa può aspettarsi il paziente nella pratica
Da qui discende la domanda pratica: che cosa può aspettarsi il cittadino quando ha bisogno del proprio medico? Io la riassumo così: il medico deve essere raggiungibile negli orari esposti, deve organizzare l’accesso in modo coerente con l’attività programmata e deve intervenire con la visita domiciliare quando le condizioni cliniche impediscono lo spostamento dell’assistito.
- Per un problema non urgente: si segue l’orario di studio e, se previsto, l’appuntamento.
- Per un paziente non trasportabile: si richiede la valutazione domiciliare, che non è un favore ma uno strumento assistenziale quando serve davvero.
- Di notte, nei festivi e spesso nei prefestivi: entra in gioco la continuità assistenziale, ex guardia medica, non lo studio ordinario.
- Per l’urgenza vera: il riferimento è l’emergenza territoriale o ospedaliera, non l’attesa del giorno dopo.
- Se gli orari non sono rispettati in modo sistematico: la segnalazione va fatta al Distretto, all’ASL o all’URP.
Il confine è importante, perché molte contestazioni nascono da aspettative sbagliate. Non tutto ciò che è scomodo per il paziente è una violazione, ma un disservizio strutturale e ripetuto non va normalizzato. Questa distinzione mi sembra decisiva, soprattutto quando si parla di continuità territoriale.
Gli equivoci che fanno sembrare tutto più confuso
Gli equivoci più frequenti sono sempre gli stessi, e li vedo ripetersi perché la comunicazione pubblica sul tema è stata spesso confusa. Il primo è confondere l’orario di apertura dello studio con la reperibilità personale del medico: sono due cose diverse. Il secondo è pensare che l’aumento delle ore nelle Case della Comunità significhi la scomparsa dello studio tradizionale; in realtà, il rapporto convenzionale resta e la riforma sposta solo una parte dell’attività.
- Errore 1: credere che il cartello all’ingresso esaurisca gli obblighi del medico. In realtà contano anche rete territoriale, AFT e indicazioni aziendali.
- Errore 2: aspettarsi lo stesso modello in tutta Italia. Le Regioni possono aggiungere regole operative attraverso gli accordi integrativi regionali.
- Errore 3: trattare la visita domiciliare come una richiesta di comodità. Il criterio corretto resta clinico, non organizzativo.
- Errore 4: leggere il nuovo assetto come una dipendenza pubblica mascherata. Il quadro resta convenzionale, anche se più integrato.
Se si tiene ferma questa differenza, si capisce meglio anche perché alcuni studi sembrano meno “liberi” di prima: non perché il medico sia sparito, ma perché il territorio sta diventando più coordinato. Il punto finale, allora, è quello che conviene ricordare quando si vuole orientarsi senza confondere gli strati della riforma.
Il quadro che resta utile da ricordare
Il quadro del 2026 si può leggere con una formula semplice: studio regolato, territorio più presente, organizzazione più integrata. Per il paziente questo significa controllare sempre l’orario esposto, sapere chi copre la continuità assistenziale e distinguere il medico di fiducia dalla rete che gli ruota intorno. Per chi studia o lavora nel diritto sanitario, invece, il passaggio da ACN ad AIR e poi all’assetto concreto dell’AFT è il punto da monitorare con attenzione.
In altre parole, la domanda non è più soltanto “a che ora apre il medico?”, ma “quale pezzo di assistenza mi garantisce quello studio, quale mi garantisce la rete territoriale e quale spetta alla struttura della comunità”. È lì che si misura davvero la qualità della nuova medicina territoriale.
